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domenica 11 giugno 2017

La stagione culturale 2017/18


Ballando con le stelle!




Inizieremo a settembre con la nostra partecipazione alla Festa delle Associazioni di Rubano. Il nostro contributo, sabato 16 settembre sarà l'incontro con tre straordinari campioni paralimpici, campioni  dello sport e della vita, che molto hanno da raccontare e da insegnare: Alvise de Vidi, Francesco Bettella e Oscar De Pellegrin.




Il giorno successivo,  domenica 17 settembre, il clou della manifestazione sarà la straordinaria performance degli atleti in carrozzina del Millennium basket e del CUS Padova.    Vi sembra impossibile? venite a vedere!!



Nel mese di ottobre  riproporremo la mostra fotografica di Francesco Malavolta presso due grandi istituti scolastici cittadini e come corollario, scusate se è poco, il 14 ottobre ospiteremo lo stesso Malavolta per un incontro con gli studenti.

Subito dopo inizierà, non certo in sordina, la stagione artistica e musicale di Storia e Vita: il 19 ottobre, infatti, la coppia Oney Tapia-Veera Kinnunen, con il contorno di una compagnia di ballerini di grande talento, aprirà la nostra stagione artistica al Teatro ai Colli di Padova. 


Di Oney e delle sue imprese sportive ed artistiche avremo modo di parlare a lungo nei prossimi articoli; intanto possiamo annunciare che il giorno seguente allo spettacolo, quindi il 20 ottobre, Oney incontrerà il pubblico a Rubano offrendo la sua testimonianza di grande atleta e di fantastico artista: "chi vince gli altri è forte, chi vince se stesso è potente" è la massima di Lao Tse che gli si potrebbe benissimo adattare.
E siamo solo all'inizio! Il cartellone dei concerti d'ottobre, che proseguiranno poi a Rubano, vi riserverà altre due piacevoli sorprese!
A novembre, continuando, avremo ospite Michela Gargiulo per le scuole, le librerie e il pubblico di Padova e Rubano.



Sicuramente il Natale non passerà inosservato e contiamo di riproporre al pubblico la grande musica con orchestra e coro.
Subito dopo, con l'arrivo del 2018, le ormai consuete testimonianze per le giornate della memoria e del ricordo con personaggi sempre nuovi, finchè il tempo ce lo consentirà..

Come dimenticare poi il 25 aprile, festa della liberazione e grande occasione per sottolineare l'enorme apporto dato dalla guerra partigiana. Non potremo, per evidenti motivi, avere come ospite un partigiano ma vi porteremo una testimonianza d'eccezione di qualcuno che ne ha raccolto le memorie. 
Ma la stagione culturale e artistica non si esaurisce qui: non ci lasceremo sfuggire ogni altra occasione interessante che si presenterà nel corso dell'anno per arricchire il nostro programma e offrirlo alle scuole, agli enti e alle associazioni che vorranno approfittarne.




domenica 10 aprile 2016

Giovanni Impastato, a margine degli incontri



Io appartengo ad una famiglia di origine mafiosa...




Queste parole introducono o comunque ricorrono negli interventi che Giovanni Impastato da quasi venti anni si prodiga si offrire al pubblico di tutta l'Italia. 
Anch'io l'ho sentito evocare le sue origini seguendolo nei tre appuntamenti organizzati per conto della nostra associazione, nei due giorni scorsi. Ma ogni volta, con il pubblico adulto di Rubano, con gli studenti dell'Einaudi o con quelli della consulta padovana, il suo discorso è stato variato, ha toccato mille temi diversi, ma con un unico leit-motiv: le catene che ti tengono legato alle tue origini, culturali, geografiche e familiari, anche se la tua famiglia è di mafiosi, si possono spezzare. Peppino Impastato per primo, Giovanni e la madre Felicia lo hanno fatto, chi a costo della vita, chi con un supremo impegno politico, personale e culturale. Ed ho avuto anche la fortuna di assistere alla genesi e all'inoltro della lettera sdegnata scritta al direttore della RAI e pubblicata oggi da Repubblica. La offro anche ai visitatori di questo blog con l'impegno di approfondire successivamente  implicazioni e dettagli che Giovanni Impastato qui non esprime. (Paolo Menallo) 

Caro direttore generale della RAI, come lei certamente sa, mio fratello, Peppino Impastato, è stato barbaramente ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Dopo il film I cento passi di Marco Tullio Giordana, due anni fa sono stato coinvolto da Matteo levi della casa di produzione "11 Marzo Film", nel progetto di una pellicola che avrebbe dovuto raccontare il coraggio di mia madre, Felicia Bartolotta, che, con fierezza e tenacia, si é battuta contro tutto e tuttiper ottenere verità e giustizia.
Il film, dedicato a mia madre, è stato realizzato  ed è stato prodotto da una delle reti che stanno sotto la sua direzione, RAI 1, la stessa che nella trasmissione "posrta a porta" ha messo in nda l'intervista del figlio di Totò Riina. Questo figlio, che a differenza di Peppino, di mia madre e di tutta la nostra famiglia, non rinnega un padre mafioso, anzi lo difende e nega ogni condanna pronunciata contro di lui.
Tutti conoscono, compreso lei, la storia del criminale al quale sono state imputate diverse stragi e le uccisioni di molti padri e figli innocenti. Ritengo inconcepibile che sia stato permesso di dare spazio a questa persona senza pensare alle conseguenze di un messaggio diseducativo soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Una messa in onda lontana anni luce dal "dovere di cronaca" e che può ricondursi piuttosto ad un'operazione di basso livello editoriale per l'uscita di un libro che non merita di essere promosso e tanto meno dalla nostra TV pubblica.
Non penso- come sostiene Bruno Vespa- che sia questo il modo di conoscere o studiare il fenomeno. ma è piuttosto un modo per far crescere l'audience al costo di calpestare la dignità di molte persone- come noi- che hanno pagato un prezzo altissimo con il sacrificio dei propri cari. Npn si può giocare con il sangue delle nostre vittime cercando forzatamente lo scoop e destando la curiosità del pubblico con operazioni di cattivo gusto sino a mitizzare il mafioso. 
Le confesso di essere molto in difficoltà, dopo quello che è successo, nell'accogliere con entusiasmo il film su mia madre, pur rispettando il lavoro e il valore del regista Gianfranco Albano, degli sceneggiatori Monica Zappelli e Diego De Silva e di una straordinaria interprete come Lunetta Savino. E le confesso anche che, tanto è stato il mio sconcerto in queste ore, che ho pensato ad una diffida alla sua azienda a trasmettere il film. Ma non permettere al pubblico di conoscere la storia di mia madre sarebbe come darla vinta ad una informazione malata di protagonismo che, pur di affermarsi, è pronta anche a calpestare il dolore dei parenti di tante vittime innocenti.
Le storie di mia madre, di Peppino, di tutti noi e di tanti altri, comrpesi quei figli delle mafie che hanno fatto la scelta coraggiosa di rinnegare il loro stessi padri (una fra tutte Rita Atria),  meritano di essere raccontate. Siamo noi la linfa di questo paese e, finchè vivremo, lotteremo per sconfiggere il potere mafioso, a dispetto di questi indegni spettacoli che i media ci offrono.
Giovanni Impastato

venerdì 3 aprile 2015

I funerali di Egildo Moro, il partigiano Romo

Nel mese di novembre a Egildo Moro, il partigiano Romo, sarà dedicato un seminario di studi, organizzato dalla nostra associazione a Mestrino, suo paese natale. 

Presentiamo oggi  il filmato del funerale laico svoltosi a Mestrino nel mese di marzo. Interessante e particolarmente commovente l'orazione funebre di Radiosa Aurora, suo compagno di lotta, che fornisce importanti notizie storiche sulla sua figura di combattente, sulla situazione dell'epoca, sulle aspettative andate deluse, oltre che sulla sua figura umana. 




domenica 8 febbraio 2015

Sergio Endrigo, 1947


Omaggio a Pola









Come vorrei, essere un albero, che sa dove nasce e dove morirà...


Con il malinconico testo di Sergio Endrigo, che riassume in pochi versi l'amore per la propria terra, la nostalgia e il dolore dell'esodo si è aperta venerdì scorso la serata dedicata alla giornata del Ricordo. Endrigo appartiene alla generazione degli esuli bambini o adolescenti che pur dopo mille difficoltà iniziali hanno conosciuto un'altra vita, senza mai però perdere il legame profondo e indicibile col paese di origine.
Storia molto diversa per chi ha dovuto ricostruire una vita da adulto o da anziano, abbandonando per sempre luoghi, affetti, abitudini.  






Da quella volta non l’ho rivista più
Cosa sarà della mia città
Ho visto il mondo e mi domando se
Sarei lo stesso se fossi ancora là

Non so perché stasera penso a te
Strada fiorita della gioventù
Come vorrei essere un albero che sa
Dove nasce e dove morirà

È troppo tardi per ritornare ormai
Nessuno più mi riconoscerà
La sera è un sogno che non si avvera mai
Essere un altro e invece sono io

Da quella volta non ti ho trovato più
Strada fiorita della gioventù
Come vorrei essere un albero che sa
Dove nasce e dove morirà

Come vorrei essere un albero che sa
Dove nasce e dove morirà



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Il lungo esodo: il quadro storico

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Il racconto di un esule


Bibliografia 


martedì 27 gennaio 2015

Enrico Vanzini e Roberto Brumat a "La vita in diretta"



Oggi, dalle 16 alle 18, Enrico Vanzini e Roberto Brumat saranno ospiti del programma televisivo: "La vita in diretta" trasmesso da RAI 1.

Mercoledì 11 febbraio Vanzini e Brumat saranno presenti a Mestrino, opsiti dell'Associazione Storia e Vita:

sabato 24 gennaio 2015

Chi è Roberto Brumat




Il giornalista Roberto Brumat condurrà la serata dedicata a Mestrino alla Giornata della Memoria, presentando e intervistando Sergio Vanzini, l'ultimo Sonderkommando italiano. 






Pubblicista, con esperienza vastissima di redazioni e uffici stampa, appassionato di storia e di biografie, nel 2012 ha firmato la regia del documentario Dachau, baracca 8 - n 123343. Nel 2013 ha pubblicato il libro "L'ultimo Sonderkommando italiano, dedicato alla vicenda di Enrico Vanzini. 
Abile narratore e coltissimo intrattenitore, assomma in sè le qualità del giornalista e dello storico, ma lasciamo a lui una breve descrizione di se stesso:

"Ho radici ancorate in due confini lontani. Due famiglie, due lingue, una comune anima artistica. Quella italiana nata in un negozio, ha prodotto insegnanti, attori e registi; l’austriaca cresciuta con la terra, ha germogliato albergatori, scrittori, musicisti e pittori. Mio padre Giorgio e mia madre Nora hanno interamente dedicato agli altri l’ultima stagione della loro vita: papà fondando l’AIDO (Associazione Italiana Donatori Organi) e mamma praticando, come sensitiva, la pranoterapia. Ma nonostante tutto quel ben di Dio, mi sento un discendente degenere: ciò che da loro ho saputo recepire è solo il gusto per le cose belle e vere; il piacere di raccontare con semplicità quello che mi appassiona."

mercoledì 21 gennaio 2015

I testimoni: Enrico Vanzini


Enrico Vanzini sarà ospite dell'Associazione l'undici febbraio a Mestrino. Di seguito alcune brevi note che ne inquadrano la vicenda personale e umana.





Enrico Vanzini (Fagnano Olona, 18 novembre 1922) è un militare italiano. Prigioniero dei tedeschi dopo l'8 settembre, fu inviato a Ingolstadt in Germania a lavorare. Tentò la fuga ma ripreso venne condannato a morte a Buchenwald, pena in seguito commutata con l'internamento a Dachau. Sopravvissuto ai lavori forzati e a condizioni indescrivibili nel campo di concentramento nazista, fu costretto a lavorare alla camera a gas e ai forni crematori di Dachau, diventando testimone dell'orrore nazista. È l'ultimo italiano appartenente al Sonderkommando ancora vivente.


Nel 1939, a soli diciassette anni Enrico Vanzini fu arruolato in artiglieria nella Caserma di Alba e destinato al fronte
russo. A causa di un intervento chirurgico cui venne sottoposto saltò la chiamata e venne inviato in Grecia. Dopo il proclama dell'8 settembre 1943 fu arrestato dalla Wehrmacht essendosi rifiutato di collaborare con i nazisti .

Lavori forzati a Ingolstadt.
Il 19 settembre 1943 fu caricato ad Atene su un treno stipato all'inverosimile di prigionieri italiani ed inviato in Germania. Il viaggio durò due settimane in condizioni igieniche precarie, con scarsissime razioni di cibo e di acqua. Molti dei suoi compagni perirono durante il viaggio. Condannato ai lavori forzati fu inviato ad Ingolstadt per lavorare nell'industria bellica del Reich presso una fabbrica di chassis di carri armati.

I bombardamenti anglo-americani colpirono più volte la cittadina di Ingolstadt considerata obiettivo militare strategico. Nel settembre del 1944 dopo un intenso bombardamento alleato la fabbrica venne duramente colpita ed Enrico Vanzini con altri due compagni,  approfittando della situazione di generale smarrimento,  riuscì a fuggire.

Venne arrestato dieci giorni più tardi nelle campagne a sud di Monaco e condotto al campo di concentramento di Buchenwald. In quanto fuggiaschi lui e i suoi due compagni il giorno stesso vennero condannati a morte per fucilazione.

Internamento a Dachau
Con l'aiuto di un ufficiale della Wehrmacht i condannati riescono a dimostrare di non essere fuggiti da Ingolstadt ma di essere stati abbandonati a causa dei bombardamenti intensi. La pena venne commutata in internamento. Enrico Vanzini entrò nel campo di concentramento di Dachau nell'ottobre del 1944. Gli fu tatuato sul polso il numero di matricola 123343, già appartenuto ad un detenuto deceduto, e fu assegnato alla baracca 8 nella sezione dei detenuti lavoratori.

Nei sette mesi di detenzione Enrico Vanzini, oltre agli stenti dovuti alla fame, al trattamento disumano, al lavoro, alle epidemie, alla sete e al gelido inverno, fu testimone dell'orrore dei forni crematori: fu costretto infatti a lavorare per i nazisti nello smaltimento dei cadaveri nei crematori.

I forni crematori di Dachau erano due, uno molto piccolo dotato di un forno a doppia muffola installato dalla tristemente famosa ditta Topf nel 1940 in un capannone di legno dipinto in stile bavarese e accanto un altro molto grande in muratura dotato di una ampia sala d'incenerimento con quattro forni Kori e capace camera a gas, inaugurato nel 1943.

Secondo la sua testimonianza e quella di altri reduci, la camera a gas di Dachau, quella accanto alla sala dei forni nel crematorio grande, era assai operativa negli ultimi mesi prima della liberazione del campo. Il Vanzini fu testimone anche degli esperimenti su cavie umane eseguiti nel laboratorio medico del lager, in quanto costretto a prelevare i cadaveri delle vittime dal laboratorio per condurli sempre ai forni crematori.

Liberazione e testimonianza.
Il 29 aprile 1945 il campo di Dachau viene liberato. Enrico Vanzini è allo stremo ma riesce a sopravvivere. Quando torna a casa, da cui mancava da più di cinque anni, pesa 29 chilogrammi e i suoi genitori non lo riconoscono. 

Poco dopo si trasferisce in Veneto, si sposa, ha due figli e lavora come autista di camion e pullman. Per sessanta lunghi anni non racconta la sua storia neppure alla famiglia. Solo nel 2005 decide di condividere quel dramma ed è così che la sua esperienza diventa prima un documentario, poi un libro, entrambi curati dal giornalista padovano Roberto Brumat. 

Il 29 gennaio 2013, al Quirinale, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli conferisce la medaglia d’onore.



fonte: wikipedia e il BO, giornale on line dell'Università di Padova

venerdì 9 gennaio 2015

Il lungo esodo, il racconto




(Sergio   Basalisco, Mestrino –PD, 6.02.2014)


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P      Premessa
Sono  diventato  un  esule la mattina del  6 febbraio 1947 sulla  motonave  Toscana che lasciava il porto di Pola, diretta a Venezia con la mia famiglia e altri 2000 profughi polesi, ormai consapevoli che entro qualche giorno l’ Italia avrebbe firmato il  trattato  di pace impostole dai vincitori e avrebbe ceduto alla Jugoslavia gran  parte del territorio  giuliano  acquisito nel 1918 ,al termine della Grande guerra in  cui 680.000 soldati italiani erano  morti (insieme a centinaia di migliaia di civili) ed  altri 700.000 erano stati resi invalidi (cfr. M. Thompson, La  guerra bianca: vita e morte sul fronte italiano  1915-1919, Saggiatore, MI 2009).
Credo si dovrebbero  ricordare tutti gli esodi, a partire da quello dei 50.000  sloveni e croati che tra le due guerre  mondiali lasciarono la Venezia Giulia divenuta parte del  regno d’Italia   che  non  seppe  e  non  volle gestire con lungimirante  giustizia territori  storicamente  multietnici, fino ai  12 milioni di  europei(polacchi, tedeschi, ungheresi,..) che  prima e dopo il 1945 dovettero abbandonare case , campi , officine , botteghe  e  uffici  a seguito di trasferimenti  forzati  in  territori  diversi  da  quelli in  cui erano  nati (cfr. E.Collotti, Gli spostamenti di popolazione nell’Europa Centrale e nei Balcani, Bollati-Boringhieri,TO 2009). Tra loro  si  collocano i 300.000/350.000   istro-veneti, italiani delle vecchie province  ed  anche slavi (non meno di 40.000) che  tra  il 1945  e il  1956  esodarono dalla Venezia Giulia divenuta  territorio jugoslavo.
Coltivare la memoria delle vicende legate alle foibe e all’esodo giuliano senza conformismi nazionalistici o ideologici si rende possibile se si ha la consapevolezza che quelle  vicende vanno situate nel quadro  degli orrori perpetrati nel Novecento europeo. Nel  secolo dei soldati soffocati dai  gas  nelle trincee della Grande Guerra a Ypres, a Verdun e sul  monte San Michele , dei milioni di sterminati nei lager  hitleriani  e nei gulag staliniani, dei 230 ragazzi  antifascisti  rastrellati e impiccati con i cavi del telefono sulla spianata di  Bassano , dei 5000 militari italiani che a Cefalonia furono fucilati, bruciati, annegati  per non aver accettato di proseguire la guerra a   fianco  dei nazisti ,  dei  2000/15.000  infoibati in Istria tra il 1943 e il 1945   e  dei 10.000  musulmani bosniaci  massacrati dalle truppe serbe  a Srebrenica nel luglio 1995. L’ Europa e il mondo hanno bisogno di ricordare e far ricordare  questi  orrori ,nel tentativo di liberarsi  della  pericolosa  propensione alla catalogazione  gerarchica  degli  umani  ( cfr. L.Cavalli Sforza- D. Padoan, Razzismo  e  Noismo , Einaudi, TO 2014) in portatori di sedicenti civiltà  superiori e  votati al  dominio , necessariamente  contrapposti  ai  barbari  privi di cultura e di storia, destinati al  servaggio  o  allo  sterminio. Le  giornate della Memoria e del Ricordo eviteranno il pericolo di scadere nella ritualità se  recupereranno l’insegnamento di Walter Benjamin :  Avremo  veramente  elaborato  il  lutto   solo  quando  saremo  riusciti   a   comprendere i  dolori  e le speranze  di  tutte  le  vittime.

Storia  e  microstoria
La casa natale a Pola

Nella  Venezia  Giulia   asburgica  le  popolazioni  italiane , prevalenti  a  Trieste e  nelle città  costiere  dell’Istria, e  quelle  slovene e croate , maggioritarie  nell’entroterra, svilupparono  una   convivenza   sostanzialmente   pacifica fino agli  anni  Sessanta  dell’ Ottocento. Molti  slavi  cercavano e  trovavano  lavoro  sulla  costa, imparavano  l’ italiano  e  con  i   vicini  italiani  avevano  in  comune  la  religione  e  un  diffuso  rispetto  per  il  carismatico imperatore Francesco  Giuseppe  e  la  sua  buona  amministrazione  dei  territori. 

La tomba del pediatra, ungherese
Qualcosa  di  questa   abitudine  a  vivere  insieme  deve  essere  sopravvissuto  persino  più  tardi   se potè  accadere , per  esempio, che  due  miei zii , accesamente  irredentisti, si  unissero   a  donne  di  famiglia  croata.
 Ma  è  indubbio   che   anche  nella  multietnica  Pola (dove  il  censimento del 1890   registrò  la  presenza  di  19.000  italiani, 10.000  croati, 4500 austriaci  e 1500  sloveni) finì  per  prevalere  la  netta  contrapposizione  etnico-nazionalistica  tra  italiani  e  slavi   che  improntò  le  associazioni religiose  e  sportive, le  casse  di  credito, le  bande  musicali , i  circoli  di  lettura,…  . In  un  clima   che  fatalmente  isolò  i  circoli  operai  tendenzialmente   internazionalisti.

Mio padre  era  un  “regnicolo”, proveniente  cioè  dalle  vecchie  province  italiane, terrone di   Lucania, classe  1899, tolto – a causa  degli  eventi  della  prima  guerra  mondiale- agli  studi  di  ragioneria  e  inviato  prima  sulla  linea  del Piave  e  poi  a  Trieste  e  subito  dopo  a  Pola, dove  conobbe  e  sposò  mia  madre. Se  mio   padre  poteva  essere  definito  come  politicamente  refrattario, con  un  atteggiamento  da  meridionale  perplesso  e  scettico  di  fronte  ai  rivolgimenti  politici, molto  più  caratterizzata  era  la  famiglia  di  mia  madre. Il  nonno materno era  un  operaio  dell’ arsenale  navale  di Pola, che  aveva  messo  insieme  tre  figli  di  un  precedente  matrimonio   con  i  quattro  avuti  da  mia  nonna , nata  a Rovigno   in  una  famiglia  di  piccoli  proprietari  terrieri. 

domenica 28 settembre 2014

Beppino Englaro, Rubano 26 settembre







No grazie!








Il tono sempre misurato, ma appassionato, solo a tratti leggermente più elevato quando pronunciava la frase ostinatamente ripetuta ai medici, ai giudici, ai politici durante 17 anni: no, grazie!
No grazie alle cure, le migliori cure mediche possibili, ma senza speranza, oltraggiose del corpo, della dignità e della volontà di Eluana.

Così si è presentato Beppino Englaro al folto pubblico dell'Auditorium dell'Assunta di Rubano.
Confesso che quando l'ho accolto in albergo ero percorso da un vago timore reverenziale; dopotutto Englaro è stato ed è un personaggio pubblico, un uomo dalle qualità e dalla tenacia indiscutibili, capace di tenere testa non solo ai colpi del destino, ma anche a una corporazione tempo fa inattaccabile nelle sue certezze, come quella medica, ad un corpo politico malandato, ma chiassoso e violento non solo verbalmente, ad una magistratura prima sorda e poi in lenta, lentissima evoluzione, ad una parte della chiesa, dimentica della più elementare carità cristiana. Mi sentivo appunto intimidito, ma l'imbarazzo è durato solo 30 secondi; subito dopo, la serenità, la confidenzialità, la pacatezza non artefatta di Beppino hanno messo fine ai miei timori; dopo un'ora eravamo passati al tu e alle confidenze personali.
Le sue qualità le ha mostrate come dicevo, anche durante l'affollatissimo dibattito, anche quando chi gli stava a fianco ha esternato, con molta civiltà ed eleganza qualche lieve dissenso, pur nella comprensione rispettosa delle sue posizioni e delle sue aspirazioni per il futuro. Ma le ha dimostrate soprattutto quando un provocatore di professione ha inveito apostrofando lui e tutti gli altri relatori, come falsi profeti, continuando ad urlare fuori dalla sala sino all'arrivo dei carabinieri.
"Ognuno ha il diritto di pensarla come vuole" è stato il suo commento, nell'affrontare l'ennesimo sciacallo.

Eppure quest'uomo, dall'apparenza mite e fragile, ha cambiato direzione alla storia, all'approccio della medicina e della società al problema del fine vita e del rifiuto dell'accanimento terapeutico.

E' solo grazie a lui, al suo instancabile altalenare tra tribunali, convegni, dibattiti televisivi e interviste, che oggi, finalmente, con una convergenza serena di più parti, sia della medicina che della chiesa, si può serenamente pensare ad un approccio diverso, condiviso con il paziente e con i suoi familiari. 

Mirabilmente il prof. Benciolini, che non ha fatto mistero del proprio approccio di credente, ha chiarito come già adesso, attraverso i comitati etici, di cui egli presiede quello padovano, si possa accedere a scelte condivise e  meditate. I comitati possono fornire un aiuto concreto nell'orientare medici, pazienti e familiari nella comprensione delle possibili evoluzioni cliniche e nelle più difficili scelte personali. 

Certamente resta aperto il problema della decisione per chi non è più in grado di esprimere la propria volontà e le proprie inclinazioni etiche. E a questo proposito si apre il grande, irrisolto capitolo delle volontà anticipate sul fine vita e della pluriennale, ideologica, trasversale inerzia del parlamento.

Il consiglio finale di Beppino è stato quello di scrivere da subito le proprie volontà, in modo semplice e lineare e di fare autenticare il proprio scritto da un notaio. Per inciso, va detto che alcuni sindaci coraggiosi, come quello del comune di Marcon, nel veneziano, hanno instaurato informalmente un apposito registro comunale. Ma su questo torneremo successivamente.

Della serata di venerdì scorso non si può tacere l'appassionato apporto di Elisabetta Palermo, la giurista chiamata a fornire una sintesi giuridica dell'intera vicenda Englaro.  Ha letto sentenze, pronunciamenti, commenti giuridici, scavando quasi nell'anima e nei tormenti di chi le stendeva, evidenziando la progressiva, seppure lenta evoluzione della giurisprudenza in questo campo. Alla giustizia, nella quale ha sempre creduto senza forzature e senza cercare facili scorciatoie come altre famiglie,  Beppino ha rivolto come sempre il suo ringraziamento.
 Il grande assente è adesso il parlamento. 

mercoledì 24 settembre 2014

I libri di Beppino Englaro

Eluana. La libertà e la vita
"Se non posso essere quello che sono adesso, preferisco morire." Eluana Englaro aveva vent'anni quando ha pronunciato queste parole di fronte alla tragedia di un suo caro amico in coma. L'anno successivo, il 18 gennaio 1992, Eluana resta vittima di un gravissimo incidente stradale. La rianimazione la strappa alla morte, ma le restituisce una vita "assolutamente priva di senso e dignità" e dal 1994 è in stato vegetativo permanente: stabile e senza alcuna variazione. Quando si sono resi conto dell'irreversibilità della sua condizione, Beppino Englaro e la moglie si sono battuti perché venisse rispettata la volontà della figlia, sempre con discrezione e senza proclami, prendendo sulle proprie spalle il dolore di molti altri genitori che, come loro, una sorte avversa ha costretto a chiedere quello che mai un padre o una madre chiederebbero. Da quando poi la Corte d'appello di Milano, il 9 luglio 2008, ha autorizzato il padre-tutore a disporre l'interruzione del trattamento di alimentazione artificiale, l'esplosione dei dibattiti e dei ricorsi ha trasformato la vicenda di Eluana in un caso mediatico senza precedenti. Oggi, Beppino Englaro, insieme a Elena Nave, racconta con semplicità e passione la storia di questa lunga battaglia, facendo chiarezza sui miti pseudoscientifici utilizzati per disorientare l'opinione pubblica e spiegando una realtà che potrebbe cadere addosso a chiunque e che non può lasciare indifferente nessuno.


La Vita senza limiti.
La morte di Eluana in uno Stato di diritto 

Nessuna famiglia dovrà patire 
quello che abbiamo subìto. 
Io posso solo continuare a 
battermi per una legge che 
rispetti la persona, che non dia 
ad altri se non a lei stessa il diritto 
di decidere del proprio corpo. 

Il 9 febbraio 2009 Eluana Englaro moriva. Ci sono voluti 6233 giorni perché il padre potesse liberarla e dirle addio; diciassette anni di vita sospesa fra la vita e la morte, durante i quali Beppino Englaro ha lasciato il suo lavoro e si è immerso nelle carte. Ha studiato codici e regolamenti, ha partecipato a convegni e incontrato politici, giuristi e teologi, nel tentativo di capire come dar voce alla figlia e far rispettare la sua volontà percorrendo sempre la strada della legalità. I suoi sono stati anni senza tregua, senza pause, senza possibilità di fuga o di riparo dalla violenza di una vita artificiale imposta a Eluana da uno Stato etico, che può arrivare a privare delle libertà fondamentali i suoi stessi cittadini. In questo libro l'autore rievoca i ricordi e le lettere di sua figlia e ripercorre gli ultimi mesi della vita di lei anche attraverso la propria storia di uomo riservato, costretto dagli eventi a farsi portavoce di un popolo silenzioso che ogni giorno, negli ospedali, si pone domande semplici e aspetta risposte umane, e viene invece abbandonato dalla politica in un limbo di sofferenza. Una battaglia in cui Englaro è tuttora impegnato perché la libertà di cura sia un valore collettivo, perché la legge rispetti l'individuo e non dia a altri se non a lui stesso il diritto di decidere della propria salute.

Fonte: libreriarizzoli.corriere.it